RICORDI MILLE MIGLIA (articolo pubblicato nel 1950 !)
Tutti conoscono o almeno immaginano la vigilia delle Mille Miglia.
Un sabato dall’atmosfera satura di entusiasmo sportivo, in cui la folla rumoreggiante sbandando al suono dei motori, corre a vedere or l’uno or l’altro bolide e si indugia a festeggiare questo o quel campione.
E in mezzo alla confusione di mille variopinte reclames si intrecciano i pronostici più stravaganti e le discussioni più calorose.
I giornalisti hanno ben narrato tutto ciò.
Per me invece, e credo per tutti quelli che si accingono ad un’impresa come la Mille Miglia , la vigilia è fatta di preparativi, di ansia, di impazienza , di agitazione e, diciamo, anche di un pò di paura.
La vigilia di chi corre insomma , dei grandi campioni e degli esordienti; anche questo è bello: che tutti i piloti si trovano sullo stesso piano di soggezione e di rispettosa attesa.
Così , pivello impaurito, mi recai alle ore 7 del 25 aprile 1950 al traguardo di partenza di Brescia, unico con una bella e comoda berlinetta Ferrari, tra la curiosità della folla , l’indifferenza dei competenti e forse anche l’invidia di quelli che tristemente prevedevano dodici ore d’acqua nel loro spider :
attesi emozionatissimo che si abbassasse la bandiera.
Immaginate ora 150 cavalli su una strada bagnata che scherzi possono fare. Quindi prudenza.
Pian piano arrivammo ai 190.
L’acqua si rovesciava a scrosci violenti sul parabrezza della macchina ed appena appena il tergicristallo riusciva ad aprirci uno spiraglio in tanto diluvio; sicchè dovevamo per vedere seguirne il moto col capo.
Molti appassionati con gli ombrelli ed ogni tanto , qualche macchina fuori strada.
Tra queste , quella di mio fratello Umberto partito poco prima di me , si presentava letteralmente spaccata in due.
Forse è più facile descrivere la gioia di sapere che tutto gli era andato bene che non l’angoscia della prima visione.
Altri incidenti, lo sapremmo alla fine , avranno causato dolorose perdite, la cui irreparabile gravità nessuna considerazione sull’eroismo sportivo può sminuire.
Nelle corse automobilistiche il piacere è grande, la posta è la vita, gli sbagli si pagano cari.
Al bivio per Valdagno troviamo gli amici del nostro paese che sono venuti a vederci.
Vorremmo salutarli , ringraziarli e spiegar loro quanto piacere e coraggio susciti in noi la loro presenza , ma alla velocità di 50 metri al secondo non c’è molto tempo per attuare certi programmi.
A Padova la media , per quanto molto inferiore a quella prevista , ci sembra buona; non abbiamo nessun riferimento con gli altri , ma sentiamo di aver fatto il possibile , e via ancora !
Ad un certo momento appare dietro un punto nero che va via via rivelandosi per la macchina di Ascari.
S’inizia la lotta che dura per 20 chilometri , finchè per la superiore potenza del 3300 Ferrari e l’abilità del pilota , mi vedo sorpassare.
Il fischio lacerante dei suoi pneumatici mi fa capire che marcia sui 230. Nell’attimo in cui le macchine si trovano affiancate tento un trucco per non soccombere: nel più duro dialetto meneghino grido ad Ascari:.." Ma va dasii!".
Evidentemente non mi sente, o comprende la mia malafede perchè prosegue placido, sorridente ed indisturbato.
Non per molto però, che‚ la fortuna con lui come con altri non è benigna, sicchè assisto all’impressionante spettacolo di una gomma che a quella velocità va in mille pezzi.
Rallento quel tanto che mi basta per intendermi a segni con lui e per sapere che gli è andata bene e che non ha bisogno di niente.
Intanto a poco a poco, preceduto da un’incoraggiante schiarita, spunta sull’Adriatico il sole infondendo ai piloti fiducia ed ottimismo, asciugando e scaldando i corpi intirizziti dal freddo e permettendo di elevare la media.
Solo le mie scarpe di " para " non mostrano di gradire il calore del sole d’aprile cominciando ad appiccicarsi ora all’acceleratore ora al freno ed impacciandomi nella manovra.
A Ravenna primo controllo: molta agitazione , informazioni naturalmente false , quattro passi - e non solo per sgranchirsi le gambe - benzina e partenza fra gli applausi che invitano a fare sciocchezze.
Dopo pochi chilometri trovo fermo un altro fratello:
Paolo.La sua avventura è breve.
Si è trovato a 200 all’ora di fronte ad un passaggio a livello chiuso mentre un treno , - pigramente per fortuna - sopravveniva.
I freni non hanno funzionato causa l’improvvisa rottura di un tubo dell’olio ed Egli ha dovuto infilarsi sotto le sbarre chiuse riuscendo per miracolo ed anche grazie alla sua prontezza , a fermarsi cento metri più in là illeso e senza danni alla macchina.
Un pò pallido se vogliamo , ma sempre in gamba.
Quattro parole, un abbraccio e via ancora , che questa è l’usanza di corsa; via sì ma con gioia perchè la strada ci permette di sviluppare tutta la potenza.
I 170 di media da Ravenna a Pescara saranno sempre per noi il più— gradito ricordo.
Non vorrei che il lettore a questo punto si domandasse se correvo in monoposto visto che non ho ancora fatto parlare il mio amico Marco Crosara: ma il fatto è che non sempre in corsa le sue espressioni nei miei riguardi sono riferibili e d’altra parte la sua presenza sarà così importante negli ultimi 600 km. che non vorrei montarlo troppo sopravalutando il suo contributo nella prima parte.
E poi , chi se non lui , m’ha dato da bere il caffè con un tubo di gomma ancora pieno di talco? E chi ha lasciato cadere il medesimo tubo nell’acqua che allagava la macchina durante la pioggia in modo che dopo tremendi sforzi riuscivo a riempirmi la bocca solamente di un liquido fetido? Come si vede ho un mucchio di ragioni per trascurarlo. Di nuovo la pioggia festeggia il nostro arrivo a Pescara a quasi 150 di media dalla partenza.
Il ricominciare a viaggiare come sul filo del rasoio per molto tempo non è poi tanto divertente; comunque la noia di dover essere prudentissimi e la preoccupazione di fronte al viscido pericolo dell’asfalto sono scordate per un attimo da un lieve incidente: dopo molte discussioni decidiamo di fare un rifornimento d’olio prima d’arrivare al rifornimento previsto , anche perdendo qualche prezioso secondo.
Screditerei la categoria dei corridori se raccontassi i pasticci combinati per voler mettere l’olio per un tubo di sfiato anzichè da quello di carico. Questo d’altra parte scottava troppo. In conclusione la nostra capacità tecnica ci permise di ripartire dopo buoni 5 minuti e per di più a 11 cilindri.
Qui fu il divertimento! Se c’è un meccanico a bordo trova subito il guasto e lo aggiusta , ma provate ad immaginarvi due turisti con molta fretta e con 12 candele in mano fra fili e carburatori cosa possono combinare!
Coscienti quindi della nostra molto relativa competenza , animati dal motto :" Tira a campà!" e ridendo dei nostri guai ma soprattutto di quelli che avremmo potuto combinare, proseguimmo imperterriti col motore zoppicante.
Della nostra posizione all’Aquila nessuno ci disse niente, nè d’altra parte ci interessava saperlo.
Il divertimento era nella nostra gara, non in quella degli altri o nella loro posizione.
Il famoso cilindro intanto ci fu reso dalla fortuna inaspettatamente quanto inopportunamente a Terni , dove la strada , da scivolosa che era, invitava caso mai a girare col freno a mano tirato.
I discorsi intanto erano molto meno elevati di prima;
Roma era in vista.
Roma! Città terna insegna anche ad indulgere a certi bisogni. Dopo 1000 km. la passione si affievolisce e la necessità di una bella spaghettata e di un buon bagno si presenta impellente.
Non vorrei qui spiacere a quei miei amici che indipendentemente dalla loro volontà anno dovuto fermarsi, lasciando così a me la bellissima corsa.
Se è bello pensare alle comodità della Capitale, non lo è altrettanto l’essere forzato a non usufruirne.
Noi poi avevamo una macchina quasi di Scuderia, ed avevamo l’impegno morale di condurla al traguardo.
Cominciò qui la corsa piatta, noiosa e pericolosa.
Ci si erano rotti tutti e quattro gli ammortizzatori ed alle alte velocità bisognava prestare un’attenzione particolarmente faticosa.
Furono i chilometri della speranza in un tempo migliore,
in qualche fatto che ci ridonasse l’entusiasmo della partenza.
E qui Marco si rivelò come ottimo ufficiale di rotta , consigliandomi le velocità , i regimi migliori , indicandomi con cura tutte le curve , imponendomi con autorità verbosamente violenta le frenate ed i rallentamenti.
Il maggior pericolo che rappresentano le macchine potenti è quello che il pilota , ad un certo punto , si abitui alla velocità e rischi - esagerando - di non accorgersi ,
se non in ospedale - quando va bene - che la prudenza sarebbe stata la cosa migliore.
A Firenze ci sembrava di essere a casa.
Solo 400 km. dall’arrivo e negli sbrigativi ed ottimistici calcoli di quei momenti: due ore di strada.
Nonostante queste velocissime premesse fui costretto a giurare al mio compagno che non avrei mai e poi mai staccata la seconda sulla Futa.
E’ vero che la mia macchina in seconda faceva 120 , ma ciò che mi fece astenere dal compiere l’atto " sacrilego "
fu l’impressione di quel piede di Marco , che con strana preveggenza , premeva disperatamente la pedana ogni qualvolta rivolgevo il pensiero al cambio.
Ma venne Bologna con gli amici, i sostenitori ed una buona notizia: ero primo !
Che bello scendere di macchina, sgranchire le gambe , darsi un pò di arie nel doppiopetto ancora abbastanza a posto.
Però dovevo essere stanco assai poichè le pupille mi ballavano talmente che mi pareva di vedere il Comm. Ferrari - lì presente - saltare con aria gioiosa:
cosa impossibile chè tutti gli sportivi conoscono il geniale industriale modenese per una persona seria , impassibile ed aliena dagli entusiasmi.
Lì seppi anche casualmente che l’Alfa Romeo era indietro di 17 minuti. Ripartimmo , si capisce , con entusiasmo. S’udiva in macchina un continuo chiacchierio , direi quasi un cicaleccio: " Hai visto? Ce l’abbiamo fatta... lo dicevo... bisogna stare attenti... Evidentemente non eravamo ancora stati sorpresi dal buio e dalla pioggia che per l’ennesima volta voleva provare questi residui di corridori fiaccati da 1400 km di corsa ininterrotta. Fino a quel momento la gara era stata fatta da noi per puro divertimento e "tirata" nei limiti delle nostre possibilità in una lotta contro l’orologio.
Lì ci invase la frenesia e l’ambizione del massimo successo e corremmo senza guardare i pericoli e forzandoci correvamo contro gli avversari ed il nostro medesimo coraggio.
Ricordo, sui rettilinei della Via Emilia che non conoscevo, di quando me ne stavo col naso appiccicato al vetro per meglio vedere, con un fazzoletto in mano pronto a togliere l’appannamento mentre Marco guardava il contagiri e mi diceva:".. 5000..6000.. 7000 giri " , 140, 170 e finalmente 190 all’ora.
Era quello il momento in cui con un sospiro di sollievo anch’egli s’affacciava al parabrezza a penetrare il mistero della notte illuminato dal faro superstite ed io staccavo di scatto l’acceleratore per attaccare premurosamente il freno.
Curva! - dicevamo ad una sola voce , ma la strada continuava inesorabilmente diritta forzandoci a riprendere l’andatura di prima.
Sentivamo come un dovere di raggiungere la massima velocità: imposta da chi non si sa , ma sempre un dovere. L’ombra di Vittorio Emanuele Kant!
La fortuna ci accompagnò fino a Viale Rebuffone e lì tra lampi di magnesio ed applausi ci sentimmo imbarazzati sotto il peso di una grande vittoria.
La Mille Miglia era finita per noi assai più
gloriosamente di quanto non fosse incominciata.
E poco dopo il nostro arrivo giunse al traguardo mio fratello Vittorio e così la gioia familiare dell’abbraccio di quattro fratelli che avevano trascorsa una domenica indubbiamente emozionante, completò la soddisfazione della corsa vinta.
Tutto questo mentre giornalisti e competenti entusiasti scrivevano il nome del mio compagno e mio nell’albo d’oro delle Mille Miglia e ci innalzavano , lodandoci , all’Olimpo degli Assi.
Per poco tempo però, che sei mesi più tardi , dopo aver perso la Vermicino/Rocca di Papa , tornavo a casa fra l’indifferenza dei medesimi competenti , campione ormai senza valore.
Sic transit gloria mundi!
Nota
Vermicino Rocca di Papa corsa in salita.
Arrivato quarto assoluto con una Aprilia di serie : corsi quasi sempre su tre ruote, nessuno però immaginava che potessi concorrere con così modesto mezzo.
Ero forse l’unico_seguace di De Coulbertin !